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LA SCOMPARSA
steve jobs
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l'inventore del futuro
Addio a Steve Jobs, l'inventore del futuro

di Marco Deriu
06-10-2011


A piangere la scomparsa prematura di Steve Jobs, il fondatore della Apple divorato da un tumore al pancreas, non sono soltanto la sua azienda e i milioni di utilizzatori delle sue invenzioni tecnologiche, ma in qualche modo il mondo intero. La cui storia è stata profondamente cambiata da lui e da Bill Gates, fondatore di Microsoft (molto meno da Mark Zuckerberg, patron di Facebook), a colpi di innovazioni tecnologiche e di idee rivoluzionarie.

Sagace imprenditore o geniale creatore?
Incorreggibile visionario o progettista del futuro? Egocentrico inventore o filantropo profeta? Nelle definizioni e nei ricordi a caldo le definizioni si sprecano. Resta la traccia lasciata da un uomo che è riuscito non soltanto a rendere la tecnologia a portata di tutti ma anche a inventare un nuovo linguaggio, fatto di immagini, capace di integrare – talvolta addirittura di sostituire – quello delle parole e dei numeri.

Il suo Macintosh (popolarmente definito “Mac”) lanciato nel gennaio 1984 è stato il primo personal computer di larga diffusione dotato di un mouse e di un’interfaccia grafica in cui i simboli sostituivano le lettere della tastiera. Anche la forma del nuovo “calcolatore da tavolo” era rivoluzionaria e racchiudeva in una sorta di cubo magico che sorrideva accendendosi, con l’obiettivo nemmeno tanto nascosto di permettere all’umanità di affrancarsi dalla legge conformistica imposta dalle macchine targate Ibm. Negli anni successivi, la progettazione e la realizzazione delle altre sue creature lo ha visto sempre in prima linea, dall’iMac all’iPod, dall’iPhone all’iPad. In quella “i” che fa da prefisso a ciascuno di questi prodotti sta un marchio di fabbrica di Jobs stesso, prima ancora che della Apple: in inglese ha il medesimo suono di “I”, la maiuscola che designa la prima persona singolare. Come dire che la tecnologia permette a ciascuno di sentirsi sempre più protagonista della propria esistenza non soltanto fisica ma anche mediatica.

Ora che Jobs è morto ci sarà anche chi non riuscirà a sottrarsi all’agiografia, alla retorica o alla mitizzazione di un personaggio che non era a tutto tondo e che, come chiunque, aveva i suoi limiti personali, caratteriali e imprenditoriali. Che non gli hanno impedito di dare una svolta al mondo delle comunicazioni e delle relazioni, avvicinandoci molto all’utopia del “villaggio globale” teorizzata tempo fa da McLuhan e che anche grazie a Jobs si è potuta tradurre in pratica. Negli ultimi anni la malattia lo aveva molto provato lasciando anche evidenti conseguenze sul suo fisico; e, secondo i soliti bene informati, gli aveva fatto riscoprire alcune dimensioni essenziali della vita che un successo di portata tanto grande aveva probabilmente un po’ offuscato. Per certi versi è paradossale che il genio della tecnologia, dei new media e delle nuove relazioni sociali interconnesse sia stato sconfitto da un male incurabile tra i più tragicamente classici, di fronte a cui il progresso tecnologico nulla ha potuto.

Negli ultimi tempi, all’orgoglio con cui presentava le neonate “creature” di tecnologia avanzata, affiancava sempre più spesso riflessioni sulla vita e pillole di saggezza. Come quelle elargite parlando della sua filosofia esistenziale e del suo lavoro ai laureati di Stanford: “L’unico modo per fare un grande lavoro è amare quello che fai. Se non l’hai ancora trovato, cercalo e non accontentarti”. Parole semplici, che possono valere per tutti, al di là dell’eventuale alfabetizzazione tecnologica di ciascuno, senza trasformare un geniale imprenditore in un profeta ma riconoscendogli il merito di aver contribuito ad aprire una nuova era per la comunicazione mediatica.
 
 
 
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