Che fine hanno fatto
le indignate?
di Raffaella Frullone
13-02-2012
La Signora Moralità è tornata a regnare sovrana in Italia. Noi non ce ne eravamo accorti, ma deve essere certamente così. Da un po’ di tempo a questa parte la dignità delle donne ha riconquistato la cittadinanza italiana, la meritocrazia è tornata dall’esilio e le pari opportunità sono obbligatorie quanto pagare il canone Rai. Contemporaneamente il bunga bunga è stato bandito insieme alla mercificazione e alla strumentalizzazione del corpo della donna, ai quali è stato consegnato un decreto d’espulsione coatto dal nostro paese.
Non ce ne eravamo accorti, ma deve essere certamente così, altrimenti le indignate scenderebbero di nuovi in piazza, e ad un anno da quello che era stato presentato come uno spartiacque per le donne nel nostro paese, tornerebbero a dire “Basta”. Invece oggi non sono in piazza. Non che non siano attive, sabato e domenica si sono date appuntamento a Bologna per parlare di lavoro, welfare e rappresentanza politica mentre il 3 e il 4 marzo si riuniranno a Milano per discutere di rapporti coi partiti. Secondo Marina Terragni (rif. ultimo numero di Io Donna) è il segno che il movimento ha avuto successo, che «sta passando all'incasso», qualche malizioso potrebbe invece pensare che, cambiato il Governo, non ci sono motivi per protestare così a gran voce.
Il 13 febbraio era esattamente un anno fa. In quasi tutte le città italiane moltissime donne, un milione secondo gli organizzatori, hanno voluto far sentire la propria voce. Professioniste, precarie, disoccupate, mamme, figlie, nonne, single, conviventi, accoppiate hanno voluto rimarcare l’importanza del proprio ruolo sul poso di lavoro, nella professione, nella politica e in tutti gli ambiti della società aderendo ad un appello lanciato in rete:
“Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile. Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici. Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione. Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza. Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni. Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale. Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando?”
Regista dell’evento è stata Cristina Comencini che dal palco di Roma ha affermato con forza: «Vogliamo dire che la rappresentazione delle donne italiane che ci viene ossessivamente proposta in televisione e sui giornali nella cronaca politica è un’offesa per le donne. Riportare le donne al centro della nostra società è una battaglia politica di tutti». Una battaglia cui ha aderito Susanna Camusso, leader della Cgil: «La misura è colma», e molte donne attive in politica, dall’avvocato Giulia Bongiorno, Fli, secondo cui «il festino hard non può essere la selezione della classe dirigente», fino a Rosi Bindi, Livia Turco, Giovanna Melandri, e poi le attrici Isabella Ragonese e Lunetta Savino, e la Sofia Sabatino, rappresentante degli studenti che ha letto una lettera indirizzata a Ruby, «Tu hai la nostra età ma sembra che tu stia dall’altra parte della barricata».
Ruby, all’anagrafe Karima El Marhoug, la giovane e avvenente marocchina diventata simbolo della condotta deprecabile del premier nonché della decadenza e dello squallore della classe politica italiana, è stata per le indignate la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Baluardo delle Olgettine che vendono il proprio corpo per soldi e potere. “Vergogna”, gridava la piazza, ma ora la piazza dove è? Va tutto bene, ora? Soltanto perché Silvio Berlusconi non è più presidente del Consiglio? Perché alla fine, gira e rigira, lì si arriva. Lo hanno ammesso, o quasi, le stesse indignate, a dicembre, quando il comitato Se non ora quando ha provato a proporre un 13 febbraio bis, in data 11 dicembre, invitando le donne a scendere nuovamente in piazza con questo proclama: “il 13 febbraio abbiamo riaffermato la dignità delle donne, calpestata dal sessismo berlusconista. L’11 dicembre ci proponiamo come forza politica, per guidare questo Paese fuori dall’agonia. Insieme agli uomini, certo. Ma questo vuol dire: 50% noi e 50% loro. Altro che quote rosa! Il grido era: Se non ora quando? Oggi è: Se non le donne chi?”.
Ma a questo giro la piazza si è rivelata poco popolata, tiepida, un sostanziale flop. A questo punto i casi sono due, o la manifestazione dello scorso anno aveva come unico scopo quello di fare in modo che Berlusconi lasciasse quanto prima la scena politica, oppure chi manifestava ritiene che oggi non ne sussistano più i motivi. Ritiene che oggi non occorra parlare di dignità della donna, difenderne l’immagine per preservarne il ruolo della società.
Eppure gli spot e i cartelloni continuano a venderci corpi semi nudi come carne da macello, il mondo del lavoro continua a non essere a misura di mamma e da nessuna parte c’è l’auspicato 50% e 50%. Nemmeno nel Governo attuale, rigorosamente tecnico, come non mancano di sottolineare, non è abbastanza a misura di donna quando si tratta di distribuire cariche e ministeri, tantomeno a misura di pari opportunità se chi sottolinea «il posto fisso è un’ illusione» è saldamente sistemato, insieme alla prole. Se le donne non sono in piazza oggi è perché probabilmente sanno che una radicale trasformazione degli stili di vita non passare da una prostesta, per pur partecipata che sia. Come ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera un anno fa la cultura progressista «avrebbe dovuto riconoscere che c’erano aspetti della tradizione che sarebbe stato meglio conservare, avrebbe dovuto sforzarsi di comprendere la morale sessuale della Chiesa, avrebbe dovuto ammettere la necessità di un’etica privata, dopo essere diventata paladina dell’etica pubblica, perché, come di diceva un tempo, il privato è pubblico. Non pretendo che un novello Berlinguer indichi alle nostre figlie il modello di Santa Maria Goretti, ma francamente non si può fare una battaglia sulla morale dopo aver esaltato l’indifferentismo morale di chi ripete che “ognuno sotto le lenzuola fa quello che vuole”».
Bisogna tornare indietro allora, per guardare avanti? Bisogna rassegnarsi a non cambiare le cose? Rinunciare alla rivoluzione? Forse no. Forse basta saperla riconoscere. Rivoluzionario oggi è sentire una modella di intimo super pagata, sex symbol del marchio di lingerie più famoso d’America dichiarare che smetterà di posare in intimo perché: «il mio corpo appartiene solo a mio marito». Kylie Bisutti, 21 anni, dopo due anni di passerelle ed aver raggiunto l’agognato traguardo di posare per Victoria’s Secret ha infatti sorpreso tutti quando ha detto “basta”. «Il mio corpo è sacro, quando ho cominciato a capirlo ho iniziato a sentirmi in imbarazzo, quelli con cui sfilavo non erano vestiti, ma biancheria intima. Non significa che smetterò del tutto di fare la modella, ma certamente non mi spoglierò più. E poi sono sposata, in America il tasso di divorzi è molto alto, io voglio che il mio matrimonio sia speciale, perché è sacro».
Anche qui si parla di corpo della donna e di dignità, ma in una prospettiva più credibile perché parte dalla scomoda prima persona singolare. Se non così, come?
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