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La Chiesa: o è missionaria oppure è niente

di Massimo Introvigne
26-01-2012

 

In preparazione alla Giornata Missionaria Mondiale, che quest'anno si celebra il 21 ottobre, il 25 gennaio Benedetto XVI ha reso pubblico un messaggio, formalmente datato 6 gennaio, dal titolo «Chiamati a far risplendere la Parola di verità», un'espressione tratta dalla recente lettera apostolica Porta fidei con la quale il Papa ha indetto l'Anno della Fede.

Il Messaggio ricorda anzitutto che «la celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale si carica quest’anno di un significato tutto particolare» a causa della ricorrenza del cinquantesimo anniversario del decreto «Ad gentes» del Concilio Ecumenico Vaticano II.  Proseguendo nell'opera già da tempo intrapresa di una «ermeneutica della riforma nella continuità» che interpreti correttamente i documenti del Concilio, Benedetto XVI presenta in questo Messaggio un'interpretazione autentica del decreto conciliare, che è a sua volta un forte appello perché la Chiesa sia missionaria. La Chiesa o è missionaria o, semplicemente, non è.

Il Papa afferma che «il Concilio Ecumenico Vaticano II, con la partecipazione dei Vescovi cattolici provenienti da ogni angolo della terra, è stato un segno luminoso dell’universalità della Chiesa, accogliendo, per la prima volta, un così alto numero di Padri Conciliari provenienti dall’Asia, dall’Africa, dall’America Latina e dall’Oceania. Vescovi missionari e Vescovi autoctoni, Pastori di comunità sparse fra popolazioni non cristiane, che portavano nell’Assise conciliare l’immagine di una Chiesa presente in tutti i Continenti e che si facevano interpreti delle complesse realtà dell’allora cosiddetto "Terzo Mondo"». Questo contesto storico è indispensabile per comprendere la genesi del decreto conciliare Ad gentes e per interpretarlo correttamente alla luce di quello che il Pontefice identifica come il suo elemento centrale e portante: la nozione di «ecclesiologia missionaria».
Questa ecclesiologia, afferma Benedetto XVI, «oggi non è venuta meno, anzi, ha conosciuto una feconda riflessione teologica e pastorale e, al tempo stesso, si ripropone con rinnovata urgenza perché si è dilatato il numero di coloro che non conoscono ancora Cristo».

Il Messaggio cita il beato Giovanni Paolo II (1920-2005) il quale, nell’enciclica «Redemptoris missio» (1990), così si esprimeva: «Non possiamo restarcene tranquilli, pensando ai milioni di nostri fratelli e sorelle, anch’essi redenti dal sangue di Cristo, che vivono ignari dell’amore di Dio».  Parole simili, nota il Papa, risuonano nella recente lettera apostolica «Porta fidei», e già nell 'esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» (1975) dove il servo di Dio Paolo VI (1897-1978) insisteva sul fatto che quello missionario «non è per la Chiesa un contributo facoltativo: è il dovere che le incombe per mandato del Signore Gesù, affinché gli uomini possano credere ed essere salvati. Sì, questo messaggio è necessario. È unico. È insostituibile».

Il decreto Ad gentes, nota Benedetto XVI, insiste «in modo speciale sul mandato missionario che Cristo ha affidato ai suoi discepoli». Questo in via generale «deve essere impegno dell’intero Popolo di Dio, Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, laici». Ma «la cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra spetta primariamente ai Vescovi, diretti responsabili dell’evangelizzazione nel mondo, sia come membri del collegio episcopale, sia come Pastori delle Chiese particolari. Essi, infatti, "sono stati consacrati non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo" (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 63), "messaggeri di fede che portano nuovi discepoli a Cristo" (Ad gentes, 20) e rendono "visibile lo spirito e l’ardore missionario del Popolo di Dio, sicché la diocesi tutta si fa missionaria" (ibid., 38)».

Ma in che senso un vescovo diventa missionario? «Il mandato di predicare il Vangelo non si esaurisce, [...] per un Pastore, nell’attenzione verso la porzione del Popolo di Dio affidata alle sue cure pastorali, né nell’invio di qualche sacerdote, laico o laica "fidei donum". Esso deve coinvolgere tutta l’attività della Chiesa particolare, tutti i suoi settori, in breve, tutto il suo essere e il suo operare». È questo un punto essenziale del messaggio di «Ad gentes»: «noi vescovi» «dobbiamo metterci sulle orme dell’apostolo Paolo, il quale, "prigioniero di Cristo per i pagani" (Ef 3,1), ha lavorato, sofferto e lottato per far giungere il Vangelo in mezzo ai pagani (cfr Ef 1,24-29), senza risparmiare energie, tempo e mezzi per far conoscere il Messaggio di Cristo».

Anche in tempi di nuova evangelizzazione nei Paesi di antica tradizione cristiana, la missione verso i Paesi dove c'è chi non ha mai conosciuto Cristo, «la missione ad gentes deve essere il costante orizzonte e il paradigma di ogni attività ecclesiale, perché l’identità stessa della Chiesa è costituita dalla fede nel Mistero di Dio, che si è rivelato in Cristo per portarci la salvezza, e dalla missione di testimoniarlo e annunciarlo al mondo, fino al suo ritorno. Come san Paolo, dobbiamo essere attenti verso i lontani, quelli che non conoscono ancora Cristo e non hanno sperimentato la paternità di Dio, nella consapevolezza che "la cooperazione missionaria si deve allargare oggi a forme nuove includendo non solo l’aiuto economico, ma anche la partecipazione diretta all’evangelizzazione" (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 82)».

Ma nel messaggio che ricaviamo da Ad gentes c'è di più. «L’ansia di annunciare Cristo ci spinge anche a leggere la storia per scorgervi i problemi, le aspirazioni e le speranze dell’umanità, che Cristo deve sanare, purificare e riempire della sua presenza. Il suo Messaggio, infatti, è sempre attuale, si cala nel cuore stesso della storia ed è capace di dare risposta alle inquietudini più profonde di ogni uomo».  L'imminente Anno della Fede viene per ricordarci che «uno degli ostacoli allo slancio dell’evangelizzazione [...] è la crisi di fede, non solo del mondo occidentale, ma di gran parte dell’umanità, che pure ha fame e sete di Dio e deve essere invitata e condotta al pane di vita e all’acqua viva, come la Samaritana che si reca al pozzo di Giacobbe e dialoga con Cristo».
L'episodio della Samaritana è il paradigma della missione. La donna incontra Gesù, che le chiede da bere, ma poi le parla di un’acqua nuova, capace di spegnere la sete per sempre. «La donna all’inizio non capisce, rimane a livello materiale, ma lentamente è condotta dal Signore a compiere un cammino di fede che la porta a riconoscerlo come il Messia. E a questo proposito sant’Agostino [354-430] afferma: "dopo aver accolto nel cuore Cristo Signore, che altro avrebbe potuto fare [questa donna] se non abbandonare l’anfora e correre ad annunziare la buona novella?" (Omelia 15, 30)».

La Samaritana c'insegna che «l'incontro con Cristo come Persona viva che colma la sete del cuore non può che portare al desiderio di condividere con altri la gioia di questa presenza e di farlo conoscere perché tutti la possano sperimentare». E questo vale sia per la missione ad gentes sia per la nuova evangelizzazione. Attenzione, però: «il  punto centrale dell’annuncio rimane sempre lo stesso: il Kerigma del Cristo morto e risorto per la salvezza del mondo, il Kerigma dell’amore di Dio assoluto e totale per ogni uomo ed ogni donna, culminato nell’invio del Figlio eterno e unigenito, il Signore Gesù, il quale non disdegnò di assumere la povertà della nostra natura umana, amandola e riscattandola, per mezzo dell’offerta di sé sulla croce, dal peccato e dalla morte». Altri aspetti di promozione umana sono certamente perseguiti in modo lodevole - e il Papa ricorda la positiva azione in questo senso delle Pontificie Opere Missionarie - nel corso della missione, ma non sono il suo aspetto centrale.

Come ha affermato più volte dopo i due viaggi in Africa, Benedetto XVI trae ragioni di speranza dallo zelo dei cristiani delle giovani Chiese dell'Asia e dell'Africa, che generosamente offrono missionari. Anzi, «per le Chiese nei territori di missione, Chiese per lo più giovani, spesso di recente fondazione, la missionarietà è diventata una dimensione connaturale, anche se esse stesse hanno ancora bisogno di missionari. Tanti sacerdoti, religiosi e religiose, da ogni parte del mondo, numerosi laici e addirittura intere famiglie lasciano i propri Paesi, le proprie comunità locali e si recano presso altre Chiese per testimoniare e annunciare il Nome di Cristo, nel quale l’umanità trova la salvezza».
Al termine del Messaggio il Pontefice ripropone una preghiera del beato John Henry Newman (1801-1890): «Accompagna, o Signore, i tuoi missionari nelle terre da evangelizzare, metti le parole giuste sulle loro labbra, rendi fruttuosa la loro fatica». E prega perché «la Vergine Maria, Madre della Chiesa e Stella dell’evangelizzazione, accompagni tutti i missionari del Vangelo».


 
 
 
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