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Mario Monti
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Le riforme mancate di Monti

di Robi Ronza
31-12-2011


La natura eccezionale del governo in carica, il suo essere una marcata interruzione rispetto alla prassi corrente della politica italiana emerge in ogni ambito: non solo in quelli più tipicamente istituzionali ma anche a livelli che si potrebbero definire semplicemente di costume.


Facciamo l’esempio recentissimo della conferenza stampa di fine anno del premier Mario Monti, che lo scorso 29 dicembre la prima rete televisiva della Rai ha trasmesso in diretta per l’intera sua durata (quasi due ore) non esitando perciò a rinviare la diffusione del telegiornale delle 13,30.  Già c’era una rilevante novità di forma, che vale la pena di sottolineare qui tanto più che inevitabilmente è sfuggita alla maggior parte dei proverbiali “non addetti ai lavori”: invece di essere la solita “festa de noaltri” di portavoce e cronisti parlamentari la conferenza era co-presieduta dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti e dal presidente dell’Associazione Stampa estera di Roma, la cui inedita partecipazione ha molto contribuito a cambiarne il clima.

Tale nuovo clima beninteso si doveva innanzitutto al nuovo premier, il cui stile professorale si è imposto ancora una volta trasformando come per incantesimo la sala stampa di palazzo Chigi  in un’aula dell’università Bocconi e i cronisti in una platea di compunti e disciplinati bocconiani che non a caso gli si rivolgevano per lo più chiamandolo “professore”. Mentre i politici di lungo corso sono delle vecchie conoscenze per i cronisti parlamentari, con tutte le finte cordialità e gli ammiccamenti che da ciò derivano, Mario Monti e i suoi ministri mettono a dura prova un ambiente giornalistico disabituato all’osservazione e all’analisi perché da sempre nutrito a “veline” e a pseudo-confidenze bisbigliate dai cosiddetti bene informati.


Forse anche per questo siamo stati gratificati dalla diretta televisiva integrale della conferenza stampa in questione, che ora si può facilmente ritrovare in diversi siti e che merita di venire ascoltata attentamente trattandosi in effetti di un vero e proprio discorso programmatico. Nei circa cinquanta minuti del suo intervento di apertura Monti ha spiegato tra l’altro che al decreto “salva Italia”, entrato in vigore lo scorso 28 dicembre, e che come noto consiste di aumenti di imposte e dell’età di pensione, farà seguito un decreto “cresci Italia” cui il suo governo sta lavorando e che verrà presentato alle Camere circa alla metà di gennaio.

Senza entrare nei dettagli il nuovo premier ha detto che consisterà principalmente di liberalizzazioni, di riforme del mercato del lavoro e di avvio o riavvio di grandi opere pubbliche. Non possiamo per definizione analizzare provvedimenti di cui non si sa ancora nulla di preciso; quindi ci limitiamo ad augurarci che siano davvero incisivi e non controproducenti.  Possiamo però rilevare, e con grande preoccupazione, di che cosa nel decreto “cresci Italia” a quanto pare non ci sarà alcuna traccia: in primo luogo della riforma generale dell’amministrazione dello Stato e della riforma fiscale, per non dire della riforma della scuola e dell’università nel senso della rottura del quasi-monopolio statale dell’educazione.

Malgrado qualsiasi eventuale folgorante avvio, senza delle grandi riforme in questi campi nel nome dell’efficienza, della responsabilità personale e della liberalizzazione alla fine si va a sbattere contro il muro. Contro di esse sono però schierate potenti corporazioni che nessuna forza politica ha sin qui dimostrato di saper sfidare, anche perché il loro peso elettorale è determinante nella città di Roma,  dove nessun partito nazionale osa rischiare una sconfitta. Soltanto un governo come questo potrebbe se volesse -- e se volesse il presidente della Repubblica suo grande patrono -- metter mano a una materia tanto delicata, ma anche tanto decisiva. E se non lo fa un governo così, e in un momento come questo, chi altro mai lo potrà fare?



 
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